Costruire un filtro infrarosso fai da te per la fotocamera è una buona idea solo se sai cosa aspettarti: un esperimento creativo, non un sostituto perfetto di un filtro in vetro calibrato. Qui trovi come funziona davvero l’infrarosso, quali materiali hanno senso, come montare un test credibile e quando conviene fermarsi prima di perdere tempo con un risultato troppo debole.
Io lo affronto sempre da due angoli: cosa serve per ottenere una foto IR leggibile e cosa, invece, è solo un trucco simpatico da laboratorio. Questa distinzione ti evita acquisti inutili e ti fa capire subito se il tuo corpo macchina può lavorare bene oppure no.
Tre decisioni contano più del materiale che tagli
- La maggior parte delle fotocamere digitali blocca già parte dell’infrarosso con un IR-cut filter interno.
- Un prototipo artigianale serve soprattutto per test e curiosità, non per risultati costanti.
- Se vuoi immagini affidabili, un filtro commerciale da 720 nm è molto più prevedibile di un hack con plastica o floppy disk.
- Su una camera non convertita devi mettere in conto esposizioni lunghe, spesso nell’ordine di decine di secondi.
- La scelta tra 720 nm e 850 nm cambia il carattere dell’immagine, non solo la quantità di luce.
- Un treppiede stabile e un obiettivo senza hotspot fanno più differenza di quanto sembri.
Prima di tagliare, capisci come lavora davvero l’infrarosso
L’infrarosso fotografico non è un effetto da filtro magico, ma una questione di selezione spettrale. Un vero filtro passa-infrarosso blocca gran parte della luce visibile e lascia entrare una banda oltre il rosso estremo: Hoya, per esempio, indica il suo R72 come un filtro che non lascia passare nulla prima di 740 nm.
Il punto debole, però, non è quasi mai il filtro esterno. Il problema vero è il corpo macchina: molte fotocamere digitali moderne montano già un IR-cut filter, cioè un filtro che taglia la luce infrarossa per mantenere pulite le foto normali. Se metti un filtro esterno davanti a una camera non modificata, parte dell’effetto viene comunque soffocata lì dentro.
Per questo l’infrarosso ha sempre una componente di prova ed errore. Non stai scegliendo solo un accessorio, stai verificando quanta sensibilità reale ha il tuo sistema e quanta luce IR riesce davvero ad attraversarlo. Da qui si capisce subito perché non basta una plastica scura qualsiasi.
Una volta chiarito questo, il passo successivo è capire quale strada ha senso: prototipo economico, filtro vero o conversione del corpo.
Le tre strade possibili e quella che ha senso per iniziare
Se guardo la questione con occhio pratico, le opzioni sono tre. Io le distinguo così: prova economica, filtro dedicato e conversione della fotocamera. Hanno costi, tempi e aspettative molto diversi, quindi vanno trattate come strumenti diversi e non come varianti dello stesso oggetto.
| Soluzione | Costo indicativo | Difficoltà | Risultato | Quando ha senso |
|---|---|---|---|---|
| Prototipo con materiale recuperato | 0-5 € | Bassa | Variabile, utile per capire il linguaggio IR | Se vuoi sperimentare senza investire |
| Filtro IR dedicato da 720 nm | Da qualche decina a oltre 100 € | Bassa | Più affidabile, più coerente | Se vuoi fotografare davvero, non solo provare |
| Conversione full-spectrum o IR | Spesso nell’ordine di 200-350 € o più | Alta | Tempi più brevi e massima flessibilità | Se sai già che userai l’infrarosso con continuità |
Io la leggo così: il fai da te ha senso come test creativo, il filtro vero ha senso come attrezzatura, la conversione ha senso come investimento. Se vuoi vedere se l’infrarosso ti interessa davvero, non partire dal corpo macchina da mandare in laboratorio. Prima capisci il linguaggio, poi decidi quanto vale per te.
Prima di scegliere, però, conta anche un altro dettaglio: la lunghezza d’onda cambia il carattere dell’immagine molto più di quanto immagini.
720 o 850 nm non danno lo stesso carattere
Qui c’è uno dei malintesi più comuni. Molti pensano che un filtro IR valga l’altro, ma non è così. Kolari Vision riassume bene la questione: il 720 nm è il compromesso più versatile, mentre l’850 nm spinge verso un bianco e nero più puro e contrastato.
| Lunghezza d’onda | Effetto visivo | Punto forte | Limite |
|---|---|---|---|
| 590 nm | Più colore residuo, false color più facili | Massima libertà in post-produzione | Richiede più controllo e più lavoro sul file |
| 720 nm | Look classico, foglie chiare e cielo scuro | È il compromesso più equilibrato | Su camera stock può richiedere tempi lunghi |
| 850 nm | Bianco e nero molto marcato | Contrasto forte e resa quasi monocromatica | Meno flessibile, più esigente con la luce |
Per un prototipo artigianale io non inseguirei un effetto estremo. Se il tuo obiettivo è capire come reagisce la fotocamera, un comportamento vicino al 720 nm è già sufficiente per leggere foglie bianche, cielo più scuro e una resa chiaramente diversa dal visibile. L’850 nm ha senso quando sai già che vuoi un bianco e nero molto netto.
Con il target in mente, si passa agli strumenti minimi e al montaggio vero e proprio.
Materiali e attrezzatura minima per un prototipo credibile
Per fare un test serio non serve molto, ma serve scegliere bene. Io eviterei materiali che sembrano neri a occhio nudo ma che poi lasciano passare troppo visibile. Il colore, da solo, non ti dice quasi nulla sulla resa spettrale.
- Un vecchio floppy disk da 3,5 pollici o un materiale simile da recupero.
- Cartoncino nero rigido o una base leggera per costruire il supporto.
- Nastro nero opaco, meglio se di buona qualità e non troppo riflettente.
- Forbici precise o cutter con lama nuova.
- Un anello step-up, un vecchio portafiltri oppure un supporto da adattare davanti all’obiettivo.
- Panno in microfibra per pulire tutto prima del montaggio.
- Treppiede, scatto remoto o autoscatto, perché i tempi lunghi quasi sempre li richiedono.
Quando hai questi elementi, il passo successivo è costruire il filtro di prova senza trasformarlo in un oggetto fragile e pieno di infiltrazioni.

Come costruire un filtro di prova con un floppy disk
Questo metodo ha senso soprattutto se vuoi sperimentare a costo quasi zero. Io lo considero affidabile solo come prototipo, o su un corpo già convertito o molto permissivo all’infrarosso. Su una fotocamera stock, l’effetto può risultare debole o troppo incostante per essere davvero utile.
- Apri con delicatezza il floppy disk e recupera il supporto magnetico interno, evitando di piegarlo troppo.
- Taglia un riquadro un po’ più grande dell’apertura utile del tuo supporto frontale.
- Fissa il pezzo su un anello, su un portafiltri o su un supporto rigido con nastro nero opaco.
- Sigilla bene i bordi per evitare infiltrazioni di luce laterale.
- Verifica il montaggio davanti a una finestra luminosa prima di andare sul campo.
- Fai i primi scatti in manuale, con treppiede e ISO bassi.
Se non hai un floppy, alcuni usano anche una striscia di pellicola negativa molto densa, ma io la tratto come soluzione ancora più approssimativa. Il criterio resta lo stesso: il materiale deve bloccare abbastanza visibile da far emergere il comportamento IR, non solo sembrare scuro.
Il problema principale di questo tipo di montaggio non è la forma, ma la consistenza del materiale. Un filtro commerciale ha una soglia precisa, mentre un prototipo recuperato ti dà solo una finestra di prova. Ed è proprio qui che entrano in gioco esposizione, messa a fuoco e limiti reali.
Impostazioni di scatto e limiti reali sul campo
Su una fotocamera non convertita io parto sempre dal presupposto che i tempi saranno lunghi. In molti casi devi ragionare in decine di secondi, spesso intorno a 30-120 secondi in piena luce se il corpo non aiuta molto. Se la scena richiede 1/250, il setup non è ancora quello giusto.
- ISO: resta basso, di solito tra 100 e 400, per contenere il rumore.
- Apertura: f/5.6-f/11 è spesso un punto di partenza sensato.
- Messa a fuoco: meglio manuale o live view, perché l’IR può spostare leggermente il fuoco.
- Treppiede: quasi obbligatorio se vuoi risultati leggibili.
- RAW: indispensabile se vuoi recuperare bilanciamento del bianco e contrasto.
- Riduzione rumore: utile sulle esposizioni lunghe, anche se allunga i tempi di attesa.
Qui si vedono anche i limiti più fastidiosi. Alcuni obiettivi generano hotspot, cioè un centro più chiaro e innaturale, soprattutto a diaframmi chiusi o con certe combinazioni di lente e filtro. Altri autofocus non gradiscono la luce IR e iniziano a cacciare. In pratica, il filtro non è l’unica variabile: la lente conta quasi quanto il sensore.
Se vuoi una resa più prevedibile, il workflow è semplice: scatto in RAW, bilanciamento del bianco manuale su vegetazione o superficie neutra, eventuale swap dei canali se punti al false color, oppure conversione in bianco e nero se ti interessa il look classico. La parte bella dell’infrarosso è questa, ma la parte onesta è che non tutte le camere reagiscono allo stesso modo.
Quando i limiti iniziano a pesare più del piacere di sperimentare, la scelta successiva è abbastanza chiara.
Quando conviene fermarsi al fai da te e passare a un filtro vero
Io terrei il prototipo artigianale come strumento di scoperta, non come soluzione definitiva. Se ti accorgi che i tempi sono troppo lunghi, che l’effetto è instabile o che ogni lente produce una resa diversa, hai già superato la soglia oltre la quale conviene investire in un filtro vero.
- Se vuoi solo capire se l’infrarosso ti interessa, il fai da te basta.
- Se vuoi uscire a fotografare con continuità, un 720 nm dedicato ha più senso.
- Se vuoi tempi più rapidi e massima flessibilità, valuta la conversione del corpo.
- Se il tuo obiettivo è il bianco e nero puro, l’850 nm è più coerente ma anche più severo.
In pratica, la cosa più intelligente è questa: usa il materiale recuperato per imparare, poi passa a un filtro calibrato appena capisci il tuo stile. È il modo migliore per non farti sedurre dal lato “furbo” del bricolage e finire con immagini che, sul serio, meritano solo un setup migliore.
